PARLA SALLUSTI

 

Un’esperienza unica ed irripetibile: Il Murese Magazine incontra il direttore de Il Giornale. 40’anni di attività, sempre in testa alle classifiche Nazionali. Con grande emozione varchiamo la porta della sede milanese ed entriamo nella redazione. Il direttore Sallusti ci ospita nell’ufficio di Indro Montanelli, fondatore de Il Giornale.

Presentato Il Murese Magazine, Sallusti ha iniziato a sfogliare alcune copie del nostro giornale, preferendo la copertina che raffigura il barile di petrolio rovesciato. Dopo uno scambio di opinioni gli abbiamo fatto dono del Numistrone, l’opera che meglio rappresenta la storia, l’arte e il costume della nostra cittadina.

Lei è il direttore del Giornale dal 2010. Come si è avvicinato al giornalismo?

“Io penso di essere una persona fortunata perché ho realizzato il mio sogno di bambino. Il mio merito è stato quello di averlo voluto fortemente contro la volontà della mia famiglia. Ero il secondo figlio e per questo ho frequentato l’istituto tecnico, sono perito chimico tessile. Mi recavo a scuola un’ora dopo, perché dalle 7 alle 9 facevo rassegna stampa nelle prime radio locali. Sono riuscito a entrare in un piccolo giornale a Como in un periodo in cui era più facile inserirsi e grazie a una sana incoscienza adesso mi trovo seduto alla scrivania di Montanelli”.

Che cosa significa muovere i primi passi in una redazione?

“ Penso che il giornalismo non sia una professione e che non sia necessario un ciclo di studi, in realtà una laurea serve a prescindere, ma il giornalista in cosa si laurea? È un mestiere e s’impara vivendo la redazione sperimentando i propri talenti che sono quattro: il primo, le pubbliche relazioni, perché il giornalista vale per quante fonti possiede. Il secondo requisito è la capacità investigativa. Il terzo talento è la capacità di sintesi e il quarto è la velocità. Nella redazione ci sono grandi emozioni, rivalità ma anche tanta solidarietà”.

Qual è il compito del direttore?

“Il direttore teoricamente è il padrone assoluto giuridicamente tant’è che va anche in galera. Io sono stato in galera. È una monarchia, può decidere chi scrive, cosa scrivere e non può essere costretto neanche dall’editore. Poi ognuno deve avere il buon senso di capire il proprio lettore. Nello stesso tempo è anche una democrazia perché il monarca non ha la cassa, perché il giornale è un’azienda bicefala, il direttore è il padrone assoluto del prodotto e l’amministratore delegato è il padrone assoluto dell’azienda. Il direttore è un pari dell’ultimo arrivato perché è portatore di notizie, io sono un giornalista e capita che comunichi una notizia. Il direttore è pari al giornalista perché se vogliono, semplicemente, non portano le notizie. Se arriva e mi dice che non ha trovato una notizia non posso licenziarlo, quindi il giornale è anche una grande democrazia”.

Il direttore è il collante di una redazione?

“Sì, deve gestire tutto. Come il popolo ha diritto di sparlare del monarca, i giornalisti devono farlo con il direttore. Deve cercare di tenere unito il gruppo e scegliere il meglio che ognuno può offrire in quel momento. Diventare giocatore nelle dinamiche di redazione sarebbe scorretto perché il direttore è l’arbitro. Non si può innestare processi su ogni cosa. Io ho un rapporto strettissimo con il mio staff e durante la giornata ci riuniamo tre volte. I capi settori mediano con i giornalisti. Dopodiché ti arrestano perché non controlli l’articolo a pagina 34 ma è una follia, produciamo 60 pagine al giorno, gestiamo il sito internet e gli allegati. In questo Paese esiste una legge sulla diffamazione e sulla responsabilità oggettiva del direttore di un giornale che risale al 1936, quando i giornali avevano 6 pagine e 20 giornalisti”.

Come si sceglie la notizia?

“Con internet le notizie sono infinite quindi tutti le ricevono, un giornale si distingue dagli altri per la chiave di lettura che dà. Il giornale si evoca e s’invoca, mi offendo se uno mi dice che sono super partes, perché un uomo non lo può essere o crede o non crede in Dio o è gay o è etero o è di destra o è di sinistra. Ognuno di noi percepisce la realtà in modo diverso. La forza de Il Giornale è stata questa. Un trucco giornalistico che ha inventato Repubblica è che la somma di fatti veri non dà necessariamente la verità. Se scrivo solo le informazioni positive, racconterò una verità se riporto le negative, ne rivelerò un’altra. Vanno inserire tutte le notizie”.

Un esempio?

“Se uno descrive per anni che la classe della magistratura è fatta di santi, super uomini, non scrive tutta la verità perché i magistrati non sono figli di un altro Dio, sono come noi, hanno le nostre stesse depressioni, i nostri problemi, stesse paure e miserie. Non sono tutti santi propri come noi. Eroi e no. In queste ore c’è una notizia sul caso Bossetti che riguarda una lettera scritta dal carcerato a una detenuta e parla di sesso, questa lettera i magistrati l’hanno intercettata e diffusa, anche la vita privata di un detenuto se non è inerente dovrebbe essere tutelata. E quando la gente dice che la vita privata non deve essere intercettata sbaglia perché tutti nascondiamo qualcosa. È una baggianata perché uno può non aver da nascondere che spaccia droga, che ruba, però a me è capitato che abbiano sequestrato telefono, computer, tutta la mia vita. Il problema è che ognuno di noi gestisce le sue relazioni secondo dei linguaggi differenti. Il problema non è la scoperta di un reato, ma è che entrano nella tua vita privata e lo mettono in comune con tutti. Vi assicuro che è una violenza. In Italia si è capito che dal punto di vista politico Berlusconi era inattaccabile e hanno pensato di entrare nella sua vita privata. L’operazione Bunga-Bunga è stata fatta con un dispiego di mezzi enormi, l’ha fatto un procuratore antimafia, a differenza di qualsiasi altro presidente del consiglio che s’insedia non ha cambiato il capo dei servizi segreti, nessuno. Quando sono entrati in casa sua, non hanno trovato difficoltà. Io credo che la storia abbia dimostrato che Berlusconi è un genio, ha cambiato il modo di costruire le case, ha cambiato il modo di giocare a pallone, ha cambiato il modo di fare comunicazione con la televisione, con la politica. Se in una persona normale togliamo i difetti, migliora, in questi uomini la sregolatezza è la benzina della genialità. È l’uomo più disarmante del mondo, fece una prefazione all’Elogio alla follia di Erasmo da Rotterdam, dove sosteneva che il mondo è guidato da matti. I normali lo governano, il mondo va avanti grazie alle visioni dei matti. Tutti i grandi della storia da Leonardo da Vinci a Napoleone, da Michelangelo a Beethoven, erano dei pazzi squinternati. Maradona sarebbe stato tale se andava a letto alle 20:00?”

Che rapporto c’è tra direttore e editore?

“Tra i due c’è un rapporto di fiducia. Quando si dice che i direttori sono servi degli editori è falso. Il fatto che scrivo delle cose che pensa Berlusconi che produco un giornale che piace al lettore di Berlusconi, e perché io la penso così. Non potrei mai dirigere Repubblica o L’Unità, perché sarei in dissenso innanzitutto con i lettori e poi con l’editore. Un direttore è molto più libero di quello che si può immaginare”.

Lei è stato ai vertici di moltissimi giornali, dall’Avvenire al Messaggero a Panorama, il Corriere della Sera, Libero e ora il Giornale spesso accanto a Vittorio Feltri. Quanto è stato importante lavorare con lui?

“Io ho conosciuto Vittorio nel 1999. Nel 2000 mi chiede di lavorare con lui e mi dice sei pazzo a sufficienza per venire a fondare un altro giornale. Lo chiameremo Libero. Gli dissi subito di sì ed è nato un notevole rapporto, lo considero mio fratello maggiore e sono stato onorato di lavorare con lui. Mi ha insegnato tantissimo, mi ha dato tantissima fiducia. È stato uno dei pochissimi giornalisti in Italia importanti di fine e inizio secolo, è tra quelli che ha lasciato un segno vero tra i lettori, pensa a Montanelli, Feltri, Scalfari. Dopo un po’ di tempo, come fra tutti i fratelli, nascono dei problemi. Nel 2010, a un certo punto leggo sulle agenzie che lascia il Giornale e va a Libero. Io ero il co-direttore e gli ho chiesto cosa stesse facendo, lui va via. Io prendo il suo studio, la macchina del direttore e dopo un mese l’incontro in un ristorante di Milano, non senza imbarazzo, prima di andare via decido di andare a salutarlo, parliamo un pò e mi dice lo sai che mi sono pentito e io gli ho detto se ti sei pentito torna in dietro. Lui accetta e a quel punto torno al Giornale chiamo Berlusconi e gli dico che ho parlato con Feltri e Berlusconi mi dice va bene fai come vuoi e il giorno dopo ci incontriamo leggiamo il contratto e dopo qualche correzione marginale mi dice mi dimetto da Libero e torno. Era il mese di febbraio non l’ho più visto, è sparito. A luglio mi viene un infarto e mentre ero in ospedale, apro gli occhi e vedo lui che mi tiene la mano e mi dice Alessandro tu ora non puoi più fare tutto da solo, io sono stato uno stronzo ed io gli rispondo non fare come l’altra volta mi hai fatto fare una pessima figura. Mi dimetto, gli ridò l’ufficio, la macchina e trascorsi due anni di nuovo punto e a capo. Secondo me se si chiede per strada dov’è Feltri, nessuno lo sa”.

Come vede il futuro del giornale stampato?

“Malissimo, siamo dei morti che camminano. Il futuro è il digitale. La carta stampata resterà un prodotto di nicchia. Non siamo più gli esclusivi dispensatori di notizie, manteniamo l’autorevolezza del brand, garantendo anche il nostro prodotto digitale. L’opinione, l’analisi, il punto di vista è per sua natura cartacea. Noi per nascita siamo un giornale di opinione”.

Che cosa pensa di un’intervista fatta da giovani che vengono dalla Basilicata?

“Io sono ammirato, il legame che voi avete con la vostra terra non è diverso da quello che ho io con la mia. La mia terra non è bella e non è carica di storia come la vostra. Io sto bene solo sul lago di Como, vorrei fare di più e ho tentato. Andare via non significa perderlo anche perché tutto ritorna. Se mantieni le tue radici, puoi essere ovunque perché è la tua identità, poi la fortuna può spingerti in giro per il mondo”.

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